giovedì 2 novembre 2017

UN GRANDE FUTURO DIETRO LE SPALLE





Il problema della Fondazione Prada, se si può definire tale, è quello di proporre, oltre alle permanenti, varie esposizioni in contemporanea. 

Con il risultato di un arricchimento della mente e della vista certo, ma anche di farsi attrarre dalle opere più d’effetto. A scapito di altre, di uguale interesse, ma che richiedono un’osservazione più attenta. In questo momento, inaugurate tutte il 20 ottobre, ce ne sono ben quattro. Le prime tre, fino a gennaio, curate da Germano Celant raccontano dell’arte a Chicago dal dopoguerra alla metà degli anni ‘70. E in tutte e tre stupisce         come gli artisti abbiano  precorso i tempi. Difficile credere che le sculture di H.C.Westermann, (1922-1981), siano state realizzate  prima della pop art. Quelle scatole di legno che diventano umani tormentati, piuttosto che quei quadri dove si ironizza su scene d’amore o l’inquietante Suicide Tower (foto in alto). Sempre di quel periodo le opere di Leon Golub (1922-2004). Un realistico e spietato quadro di guerre, violenza, razzismo attraverso pittura su lino nello stile dell’Action Painting o fotografie stampate su pellicola e montate su un binario di alluminio( al centro, a sinistra) .  La terza mostra è una collettiva Famous artists from Chicago 1965-1975. Sono nove e a ognuno di loro è dedicata una sala, oltre una sala comune con tappezzeria a fiori old fashion (in alto a sinistra). Dai quadretti tropicali in plexiglass e legno di Ed Flood alle composizioni con tratti quasi infantili di Suellen Rocca, ai disegni pornografici di Jim Nutt. Guardando le date nelle didascalie, dal ‘65 al ‘75, si può davvero pensare che siano gli anni di nascita degli artisti, non  quelli della realizzazione. Sono lavori che rimandano al graffitismo, alla street art, ai cartoons, ai murales. Tre mostre, insomma, che richiederebbero molto tempo, ma che devono fare il conto con l’invadenza di una quarta, nella Cisterna, che ruba la scena. E’ il terzo episodio di Slight Agitation, un progetto di quattro commissioni site-specific, da vedere fino al 26 febbraio. Sono tre enormi installazioni di Gelitin, un collettivo di artisti austriaci, che ironizzano sui grandi monumenti della classicità, interpretati da un punto di vista quotidiano-trash. C’è l’obelisco bianco fatto di blocchi di polistirolo a metà fra una costruzione Inuit, un pene e un sigaro. C’è l’anfiteatro in legno, a forma di torre, dove gli spettatori possono salire, sedersi sugli spalti di moquette e fumare una sigaretta al centro. E poi c’è l’Arc de Triomphe: un uomo nudo con solo una canotta sgualcita e dei calzini  bucati, alto come un elefante, e piegato ad arco, il cui fallo  è una fontana (in basso a sinistra).   

Nessun commento:

Posta un commento