lunedì 24 luglio 2017

PER CENTO GIORNI, PER CENTO NOTTI...


Attraverso un cancello con svolazzanti nastri gialli si entra in un giardino incantato con letti che invitano al sonno e a sicuri sogni d’oro . Da un momento all’altro ci si aspetta di vedere comparire una bambina dai lunghi capelli biondi, seguita da un grande coniglio o da un enorme gatto buffo o da una carta da gioco con le gambe.  Non siamo sul set di un’ennesima rivisitazione di Alice nel paese delle meraviglie ma a una meno lirica presentazione di materassi. La storia di questi prosaici, ma utilissimi oggetti però giustifica pienamente la cornice. Si chiamano Eve, ma la prima donna non c’entra. Il nome, come spiega Jas Bagniewski uno dei fondatori del marchio, viene dalla riscrittura di uno in greco. La magia, invece esiste, dal momento che i materassi sono venduti arrotolati e sotto vuoto, quindi con un ingombro minimo e facili da trasportare. Una volta aperta la confezione nel giro di tre ore  si aprono e si rivelano bianchi con l’elemento distintivo della striscia gialla. Sono fatti di tre centimetri di memory foam che prende la forma del corpo e di un rivestimento in poliestere ipoallergenico, anti-acaro, resistente e facilmente lavabile. Ma quello che rende la magia completa è che Eve, di design inglese ma prodotto in Germania e frutto di ricerche e sperimentazioni con 71 prototipi durate quattro anni, si acquista solo on line (SleepEve.it), arriva entro cinque giorni e si può provare per cento notti. Se non si è soddisfatti si può restituire. Nel senso che un incaricato viene a casa lo ritira e rimborsa la cifra spesa. Particolare non trascurabile ha una garanzia di dieci anni. A questo punto non è una magia il fatto che la brillante intuizione di tre giovani inglesi nel giro di appena due anni sia diventata un’azienda di 81 dipendenti con un fatturato di 12 milioni di sterline, giro d’affari in 14 paesi, e dallo scorso maggio una quotazione alla Borsa di Londra. Convinti che “Una giornata fantastica comincia dalla notte prima”, i fondatori stanno mettendo a punto un’intera linea per il letto  con cuscini, lenzuola, coperte, eccetera. Qualcuno ha chiesto se nel kit prevedono anche un partner. “Non ancora, ma sui nostri materassi assicuriamo un ottimo sesso” è stata la pronta risposta di Jas Bagniewski.  

giovedì 20 luglio 2017

LA FORZA DEI PICCOLI



Che “la civiltà non si misura a metri quadri e cubatura” siamo tutti d’accordo, ma per esserne certi si può fare un salto a Monte Castello di Vibio in provincia di Perugia, dove c’è il teatro più piccolo del mondo. Non a caso la scritta si legge in un documento dei primi Ottocento che parla appunto del Teatro della Concordia. Ed è anche diventato il suo slogan. Ovviamente non fa solo riferimento al cartellone degli spettacoli, che può essere di qualità anche in uno spazio modesto, ma alla sua estetica. E’ in sostanza la miniatura di un teatro dell’opera, come il Teatro Farnese di Parma a cui è gemellato, con palchi, platea dalle poltrone di velluto rosso, foyer affrescato, caffè, camerini e solo 99 posti a sedere. Anche la sua storia è interessante. E’ stato fatto costruire da nove famiglie del borgo umbro (con pianta a cuore) e inaugurato nel 1808. Il nome fa riferimento al clima di pace tra i popoli, che si stava creando dopo la Rivoluzione francese. A differenza di quanto si può pensare, dato che i palchetti su due ordini sono distribuiti su nove colonne, le famiglie sponsor non avevano un loro palco fisso. Ogni mese si spostavano in quello accanto, in modo che tutti potessero avere la visione centrale della scena. Più Concordia di così… La struttura dei palchi, completamente in legno, assicura una perfetta acustica tanto che il teatro è usato come sala di registrazione. Per più di un secolo ci sono stati spettacoli, con una grande intensità soprattutto tra il 1930 e il 1940, quando si esibivano una filodrammatica e una corale locale. Nel 1951 il Concordia ha chiuso per inagibilità, dopo aver ospitato nel 1945 il debutto sulle scene di Gina Lollobrigida, allora diciottenne, in Santarellina di Eduardo Scarpetta. Nel 1993, riaperto dopo sette anni di restauri, ha avuto 155 mila visitatori e 55 mila spettatori. Nel 2002 gli è stato dedicato un francobollo. Ora, oltre che come teatro, funziona per feste, eventi, matrimoni. Proprio come succedeva dal Settecento in poi, per i piccoli teatri di corte italiani ed europei.(Dall'alto, il teatro ora, il foyer, il teatro nel 1929).  www.teatropiccolo.it

martedì 18 luglio 2017

SCRIVERE DA CANI


“Un racconto ben scritto e serrato… è ricco di colpi di scena che tengono desta l’attenzione del lettore fino alla fine. Non stupitevi se quando l’avrete terminato avrete voglia di correre subito in un canile.” così scrive il Washington Post di Smarrito cane (ed.Bompiani) primo romanzo di Pauls Toutonghi, giornalista per i più letti quotidiani e periodici americani. Se l’ autorevole parere può spingere ad acquistare il libro, non  condiziona certo i lettori ad apprezzarlo. Il titolo e la copertina con le ottime illustrazioni di Margaret Owen possono attrarre gli amanti dei cani. Ma il contenuto entusiasma anche i più indifferenti all’argomento. La spiegazione è che pur rivelando la sensibilità dell’autore, non ha mai momenti di retorica o di buonismo animalista. Il romanzo racconta la ricerca affannosa del golden retriever Gonker sparito mentre era con il suo padrone Fielding nei boschi degli Appalachi.  Come si legge nelle parole dello scrittore-poeta Mark Doty nel risvolto di copertina “Non si può scrivere di cani senza scrivere delle persone” e l’abilità di Toutonghi sta nell’averlo capito tanto da riuscire a offrire “ilarità, gratitudine, dolore e una tenerezza così vera da risultare tangibile”. E questo proprio perché inquadra molto bene e con mille sfumature i personaggi umani tutti interessanti e  diversi tra loro. Piace soprattutto Ginny, mamma ultracinquantenne di Fielding, su cui pesa il ricordo di un’infanzia senza affetto. E arrivi a soffrire con lei, al pensiero di non sapere dove sia l’amato cane. E così la narrazione prende e seduce come il più intrigante dei gialli. 

venerdì 14 luglio 2017

CASA DOLCE CASA


Una bella casa può far vivere bene. Non è la condizione sufficiente, ma è necessaria.  Con casa bella, non  s’intende una casa grande,  sontuosa, progettata da un architetto con mobili di design o antichi di pregio . Può essere anche un monolocale purché il suo arredo sia funzionale alla persona che 

lo abita e risponda alle sue esigenze quotidiane. Ma soprattutto possa essere facilmente ricreato in un'altra città, in un altro Paese. Insomma si adatti ai cambiamenti sempre più frequenti  nel Terzo Millennio. E proprio su questo tema Ikea ha organizzato un evento a Milano dal titolo Siamo fatti per cambiare. Non si vive sempre nella stessa casa, ci si muove di più, è importante ogni volta ricostruire, magari con solo alcuni degli stessi mobili, il proprio ambiente.  La forza del colosso svedese, ormai considerato  uno stile di vita trasversale  più che un marchio, è stata  quella di capire le esigenze a tutti i livelli, e proporre un prodotto che risponda a certi canoni, alle volte universali alle volte locali. All’Ikea di Parigi, per esempio, ci sono  mobili e  accessori che non si trovano negli store di Milano o di Madrid. Perché rispondono a un gusto francese. L’attenzione ora è rivolta appunto al cambiamento, allo spostarsi, al cambiare lavoro, che è diventato sempre più un modo di vivere. Così Ikea ha ricreato quattro tipologie di living  per quattro tipi di fruitori. Ogni soluzione è stata commentata con delle testimonianze. Nella room for wellbeing librerie divani, sedie  possono essere usati come attrezzi da palestra(foto a destra).  La room for celebration è fatta per inviti ed ecco su un tavolo  bicchieri per brindisi e una  torta a piani. Nella room for play tutto è studiato per giocare e divertirsi. A parlarne un blogger che ha scelto la Trip Therapy, cioè il viaggio come cura per il  diabete. La room for friends (foto a sinistra) infine, è progettata per essere condivisa con gli amici in pieno relax. In tutte quattro le room un mix di pezzi classici e di nuovissimi, proprio come avviene in una vera casa.

giovedì 13 luglio 2017

FOUND IN TRANSLATION



Si riparla di Giappone, dopo anni di distrazione sull’argomento forse conseguenza di una saturazione nipponica. Quando Banana Yoshimoto era lo scrittore cult, i manga l’espressione culturale più interessante, le migliori architetture o erano nel Paese del sol Levante o erano nel resto del mondo, firmate da progettisti del Sol Levante. La tecnologia più avanzata arrivava da lì,  tatami e futon erano la quintessenza dell’arredo creativo-intelligente e i corsi di origami erano più frequentati di quelli di inglese. Solo sushi e sashimi hanno continuato imperterriti la loro azione di conquista, sgominando tortilla e involtini primavera e arrivando a dei corpo a corpo addirittura con la pizza. Nella moda dopo  un periodo in cui il verbo giungeva dal Giappone e uno successivo in cui la sua  azione di faro era  sempre più flebile, se ne ritorna  a parlare. Anzi a prenderne spunti.  Così Armani  per l’ uomo della prossima estate si ispira alle loro stampe dei tessuti e a certe forme, senza mai cadere nell’etnico. Anche da Louis Vuitton Nicolas Ghesquière guarda con insistenza al Paese del Sol Levante e non solo per tagli e dettagli. Ha infatti ambientato la sfilata della collezione Crociera,  nei negozi a novembre, nel Miho  Museum di Koga a sud di Kyoto, imponente opera di Ieog Ming Pei in mezzo al verde (v.foto). Sulla straordinaria passerella, in uno scenario surreale fra ponti e gallerie, molti gli stampati di gusto giapponese, ma anche gilet simili ai corpetti da guerriero.  Grande uso del patchwork  con tessuto e pelle negli abiti, nei cappotti, nelle giacche. Negli accessori forti citazioni dello stile, dei colori, delle forme tipici dei fumetti manga.